Giovedì Minervale | 18 gennaio | La modernizzazione del Friuli Venezia Giulia negli anni ’50-’60 del Novecento

giovedì 18 gennaio 2024
ore 16.45
Biblioteca Statale Stelio Crise di Trieste

La modernizzazione del Friuli Venezia Giulia negli anni ’50-’60 del Novecento

a cura di Matteo Ermacora e Raoul Pupo

Il programma dei Giovedì Minervali per l’anno 2024, organizzato dalla Società di Minerva, si apre una nuova conferenza organizzata nella giornata di giovedì 18 gennaio alle ore 16.45, presso la Biblioteca statale Stelio Crise di TriesteMatteo Ermacora e Raoul Pupo ci illustreranno il processo di modernizzazione del Friuli Venezia Giulia negli anni ’50-60 del Novecento.

Il processo di modernizzazione del secondo Dopoguerra si svolge secondo ritmi diversi nel Friuli e nella Venezia Giulia. Nel Friuli occorre partire dagli anni della “miseria” (1945-55), che possono essere studiati attraverso i dati della commissione parlamentare sulla disoccupazione, con riferimento alle ristrutturazioni industriali e all’emigrazione; lo sviluppo che poi si delinea negli anni ’60 è caratterizzato da molteplici fattori : esodo dalle campagne, ruolo della grande e piccola industria, la figura dei “metalmezzadri” (operai metallurgici che nel tempo libero lavoravano nei campi) e dalla funzione svolta dalla Regione. Emergono così gli elementi di modernità e di (lento) cambiamento della società friulana.

Nell’economia dell’area giuliana vanno distinte tre aree: Gorizia, Monfalcone e Trieste.

Gorizia e Monfalcone erano rimaste in Italia a seguito del Trattato di pace. Gorizia si è trovata in una situazione eccezionale che ha richiesto interventi come la creazione di una zona franca. Inoltre la militarizzazione del territorio, se ha portato con sé servitù militari, ha pure fornito occasioni importanti di reddito. Durante gli anni ’60 si è dibattuto se trasformare Gorizia da città specchio dell’occidente in città di frontiera.

Monfalcone ha consolidato il suo ruolo di capitale della cantieristica italiana.
Trieste è ritornata all’amministrazione italiana appena nel 1954, uscendo da un periodo di economia artificiale. L’inserimento nell’economia italiana è stato difficilissimo e ne è seguita una crisi di fiducia espressa nell’emigrazione in Oceania. Agli inizi degli anni ’60 la situazione è migliorata grazie all’intervento massiccio della mano pubblica ma l’economia locale è rimasta sempre fragile, perché proiettata prevalentemente sul mare in un cotesto negativo sia per i traffici che per le industrie, come nella crisi della cantieristica. Nel corso degli anni ’60 un sensibile incremento hanno avuto invece i piccoli traffici di frontiera, grazie alla politica del “confine più aperto d’Europa”.