#estateminervale: gli atti del convegno “Il Tempio Mariano. Fra tradizione e innovazione. Premesse, storia e significato”.

Inauguriamo una nuova rubrica: #estateminervale!
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Sono stati editati e pubblicati gli atti del convegno “Il Tempio Mariano. Fra tradizione e innovazione. Premesse, storia e significato” tenutosi il 27 aprile 2017 a Trieste e già consultabili nell’Archeografo 2018. Ora, grazie alla disponibilità della Società di Minerva, che ne ha consentito la stampa, è a disposizione di tutti gli interessati presso il Tempio di Monte Grisa, un volume dedicato e contente tutti i contributi del convegno.

Il tempio mariano ha preso forma, a partire dal 1959, in una terra di contraddizioni –  come sottolinea Luca Caburlotto nel suo intervento – e la pubblicazione vuole raccontarlo tanto nei caratteri architettonici e nella qualità delle opere che lo decorano quanto nelle motivazioni interiori e di fede che mossero il Vescovo Antonio Santin e il progettista e ingegnere umanista Antonio Guacci a costruirlo. Inizialmente, l’incarico di progettazione fu affidato a Umberto Nordio, il quale, da subito, coinvolse l’allora assistente universitario Guacci, uscendo poi di scena. Giuseppe Franca sottolinea come trattandosi di un’opera sul ciglione carsico, in posizione quindi molto delicata perché direttamente interferente col profilo dello stesso e visibile sia dalla città che dall’Altopiano carsico, il Ministero fu l’organo che dovette pronunciarsi in merito sulla sua costruzione.

Maurizio Lorber ricorda come vi fu un acceso dibattito attorno al progetto e cita Gillo Dorfles che “nel 1973, si chiede cosa accada quando una chiesa assuma le sembianze di un night club oppure lo stadio quelle di un tempio? Erano anni precedenti allo stile postmoderno e il reimpiego degli edifici industriali con funzioni diverse non era ancora così diffuso tanto che, per spiegare questa discrasia semantica Dorfles cita un edificio triestino: la Pescheria Centrale, progettata nel 1913 da Giorgio Polli, la quale, al pari di alcuni ulteriori esempi di revival ottocenteschi, rientra nella storia dell’architettura anche grazie all’assurdità semantica del suo aspetto, assimilabile a una chiesa, come è noto agli incauti turisti sbarcati dalle navi da crociera che la scambiano per una chiesa. Cinquant’anni dopo Guacci progetta un edificio che portava a compimento questa entropia stilistica nella quale la funzione dell’edificio passa in secondo piano e nel quale il principio di semanticità istituzionalizzata è completamente vanificato (…)

Massimo De Grassi e Claudio Barberi hanno, infine, indagato sulle sculture presenti all’interno del tempio: il primo su quelle di Marcello Mascherini – due crocefissi in bronzo- mentre il secondo sui tre polittici in bronzo, che caratterizzano altrettanti altari, ad opera di Tristano Alberti.

 

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